La nicchia - numero 35 - “Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo"

Ginevra, settembre 2022. Girovago in un magazzino della comunità di Emmaüs – il movimento fondato dall’Abbé Pierre –, dove si vendono e comprano ogni tipo di oggetti usati; in un angolo al secondo piano, c’è una stanza piena di libri da pochi franchi l’uno. Comincio a sbirciare, ovviamente, gli occhi cadono sul dorso chiaro dei Gallimard, tra cui mi incuriosisce un titolo in particolare, Le flûtiste invisible (“Il pifferaio invisibile”, 2013) di Philippe Labro.

Il nome non mi è nuovo. Apro e il libro è, infatti, dedicato “À Simon Leys”. Nelle ultime pagine, di questo sinologo, viene riportata una traduzione dal cinese classico di una poesia di Su Shi (ricalcata in fondo). Ricordo che i due, pur non essendosi mai incontrati, tennero – uno dall’Australia (dagli antipodi, come amava dire), l’altro da Parigi – per alcuni anni una corrispondenza epistolare.

Nel romanzo Philippe Labro (1936), scrittore e giornalista francese, narra tre episodi prendendo spunto dalla sua vita, in cui un elemento assolutamente casuale, il fato, una nota del “pifferaio invisibile” (si veda l’epigrafe di Einstein, poco sotto) ha cambiato definitivamente l’esito degli eventi – che in due casi, sarebbe potuto essere fatale per uno dei protagonisti.

Nel primo capitolo, di cui riportiamo i primi stralci in traduzione – il romanzo è inedito in Italia –, un anziano racconta di come, su una nave verso gli Stati Uniti, ancora studente, scoprì per la prima volta l’amore per una scommessa con i suoi compagni di viaggio. Quel libro, ora è nelle mani di un amico lontano – forse, chissà, l’inizio di un’altra melodia del pifferaio nascosto. 

* 

Il pifferaio invisibile 

Philippe Labro 

“Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l'insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali o polvere cosmica – tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.”

                                                                        ABERT EINSTEIN

 

Prefazione

Nessuno può dire di aver sentito l’ultimo sospiro di un fiore che appassisce, né il brivido della discesa di un manto di fiocchi su una massa di neve già depositatasi, immobile – struttura effimera.

    Ci sono dei rumori, dei suoni, che non siamo in grado di sentire, eppure esistono. Ci sono, allo stesso modo, forme e colori che non siamo capaci di vedere, eppure esistono.

    Soltanto il vento sa quale foglia cade per prima.

    Nessuno è capace di predire perché e come un istante può trasformare una vita. C’è una somma incalcolabile di eventi imprevedibili in un’esistenza, le conseguenze dei quali non diventano intellegibili che a cose compiute – talvolta molto tempo dopo. Come Schindler, credo che una soltanto sia la cosa di cui dovremmo essere certi: la sensazione che intorno a noi, prima o dopo, davanti o dietro, sopra o sotto, c’è un elemento ignoto sul quale non abbiamo alcuna presa, alcun controllo, ma che possiamo immaginare ne eserciti uno su di noi. È l’elemento ignoto che mi interessa.

  Meglio ancora di Schindler, Einstein ha dato la più giusta definizione di questo indefinibile con la frase che fa da esergo a questo romanzo: “Tutto è determinato da forze sulle quali non abbiamo alcun controllo. Lo è per l'insetto come per le stelle. Esseri umani, vegetali o polvere cosmica – tutti danziamo al ritmo di una musica misteriosa, suonata in lontananza da un pifferaio invisibile.”

    Il pifferaio invisibile ha suonato la sua musica misteriosa nei tre episodi di questo libro. Hemingway scriveva a proposito di uno dei suoi testi: “Se il lettore lo preferisce, questo libro può essere considerato opera di fantasia.”

 

BYE BYE BLACKBIRD   

1

Camminavo lungo la rue de Sèvres, le spalle all’incrocio Sèvres-Babylone-Raspail, in direzione di Duroc e di Edgar-Quintet.

      L’aria era secca, c’erano tra 19 e 21 gradi, il che, a Parigi, costituisce un’ottima temperatura, se non fosse che l’eccesso di ossido d’azoto deteriori la nostra respirazione e instilli la bronchiolite nell’organismo di migliaia di bebè spinti dalle rispettive madri nei loro passeggini.

    Non si può mai sapere perché una certa canzone piuttosto che un’altra risorga dal fondo del nostro vissuto, fino al livello più superficiale della memoria – perché questa e non un’altra? Stavo fischiettando un’antica aria di jazz, che ho sempre amato, una canzone di Ray Henderson e Mort Dixon, del 1926: Bye Bye Blackbird. […]

    Un uomo di alta statura, vestito di un lungo mantello grigiastro, mi fermò mentre stavo arrivando al punto più alto e mi si parò davanti. Tese le braccia verso di me.

    – Ah, signore, mi disse, ma è Blackbird che sta cantando? Non mi sono sbagliato? […]

    Si avvicinò ancora di più. Non aveva niente di aggressivo. Sul suo viso dalle rughe fortemente delineate, potevo leggere una sorta d’invito alla confidenza, un desiderio di parlare. […]

    – Ah, signore… Se sapeste… Avete qualche momento da dedicarmi? Vi posso offrire un caffè?   

*

Ricordando i vecchi tempi a Shengchi, in risposta ad una poesia di Ziyou

A cosa dovrebbe essere comparata la vita degli uomini?


Dovrebbe essere comparata ad un’oca selvatica che vola, e si posa sulla neve.

La neve trattiene per un momento l’impronta delle sue zampe; l’oca vola via nessuno sa dove.

Il nostro compagno, il vecchio monaco, è morto; sul muro in rovina del monastero, la poesia che abbiamo scritto l’anno scorso è diventata illeggibile.

Ti ricordi ancora le avventure e le tribolazioni che abbiamo passato insieme? La strada è lunga, il viaggiatore è stanco e il suo zoppo asino raglia.

– Poesia di Su Shi, trad. di Simon Leys


L’articolo e la traduzione sono a cura di Alessandro Burrone