Dimentichiamo tutti, andiamo avanti, perdoniamoci, ora. La nostra è stoffa angelica, di questo siamo fatti, di ricerca, di un pane altro —, di inglese e altri dialetti: diciamo le cose tuffati nella vita e amandoci come disperati; in punta di cuore, in alto la chiave, soprattutto, come a guardare il destino, col ditino puntando — che paura agguantare la memoria! —, mare dalla zattera di una finestra.
Sulle luci che costellano i palazzi di vetro — l’orizzonte, l’ora, la strana cosa che diciamo passeggiare — passata vita, ancora ripassarci, miracolo. Ammirate pieghe degli occhi, spio mentre accarezzi le tempie appoggiate a una mano, piccola e ravvolta nel giubbotto, dietro al computer, qui in cima — mai più morire. Oltre il deserto, senza sapere più nemmeno se si è nella gioia. Glorificati dai cieli, arrabattarsi.
Addio alla propria vecchiaia, persino alla propria morte.
Davvero, non mi interessava altro. Parlo l’italiano dei miei vent’anni — poi ho vissuto in altri paesi. Ne ho dovuta mettere di legna nella stufa, prima di ripartire — queste parole che sanno di piatti, di strade, di minuti particolari che passano di qua. Oggetti e aggettivi: meglio, ripartire dal silenzio — aria fresca —, perché non siamo nemmeno più capaci di questo. Per quanto tempo non mi sono più occupato del cuore. È una fortuna, però i poeti, i semplici e amici, devono anche riposare… come sempre, a perdersi o perdonare.
Cosa tenete nascosto, uomini? E a chi lo nascondete, a voi stessi? Di cosa avete paura? Qualcuno conosce i nostri segreti più intimi?
Ma uno, sveglio, ci sarà? Molti più di quanto pensi. Basta uno di questi sognatori, uno soltanto, uno Yao o uno Shun qualsiasi… L’unica rivoluzione possibile, quella del cuore. Se il popolo ha fede… certo, ma la fede non ha a che fare con una nazione intera, o se l’ha, il popolo di chi è fatto? La fede non ha nome, ha forma di un granello di senape, è imprendibile come l’acqua.
Io l’ho vista a pochi centimetri da me, la Storia. Ha avuto un nome: Covid. Ma per me Storia significa rivoluzione, che altro? Un uomo che cambia tutto: che decide di cambiare se stesso.
Sei ancora vivo — bene.
Domani è il tempo della pace. Sono ingobbito, sto ingrassando e invecchiando, timido e impaurito, ma a chi faccio pena?
Dove sono? Sono — pensaci — dove è un mio amico, perché lo siamo.
Ora più che mai lo spazio tra atto e parola si assottiglia: il modo in cui dico qualcosa, specialmente il contesto e il destinatario, sono tanto importanti quanto il loro contenuto. E non capirlo fa sprecare una quantità incredibile di tempo: e chi vorrebbe sprecare questa vita una e unica che abbiamo? C. S. Lewis scrisse un libro, L’abolizione dell’uomo, riflettendo su dei manuali per le elementari. Questo è un tempo in cui ci tocca ritornare alle cose semplici, agli elementi, capiamo soltanto più quel che è irreversibile, soltanto così ci rendiamo conto che abbiamo nelle mani una certa autonomia, un certo potere: svegliarsi significa anche capire che una parte del proprio vivere è morto, si è trasformato in nulla, non è più vivo — smetterla di guardare soltanto alle possibilità, al potenziale, o meglio, concentrarsi su quel che si è costruito e si può costruire oggi, in questo periodo limitato di tempo, ai confini delle mie possibilità. Ciò che ha una base, un fondamento. Per quanto minuscolo. Mi sembra che non sia poco.
Questa del resto è la democrazia, mettere una dopo l’altra le parole, le frasi una sull’altra, ed articolare il proprio pensiero. Così con il valore contemporaneo della poesia: se c’è una cosa che sfugge al controllo di qualsiasi potere, questo è il linguaggio, intimamente mio, quanto lo è questo corpo… ad ognuno palpita il cuore, ognuno ha nelle mani questa chiave-spada…
La poesia è come l'amicizia, è l'amico che cambia come il tempo e a volte è difficile da accettare. "Ma di mio fratello il poeta ci giunsero notizie. Ha scritto ancora una cosa dolcissima. Ed alcuni n’ebbero conoscenza…" (Saint-John Perse, Anabasi)
Bisogna scegliere, abbandonare, aspettare. E chiedere e ascoltare la storia di ciascuno. Indovinarne il desiderio — se abbiamo uno stesso cuore-motore... cuore-corda, pieno di nodi, agli stessi sole e vento, e nelle intemperie...
E quando si è tristi, ascoltare la Serenata per archi in Mi maggiore, Op. 22 di Antonín Dvořák — mi ricorda tanto Schubert, il Quintetto per archi — ma non solo —, uno splendore che mozza il fiato...
Raccontare la propria vita significa in qualche modo predire quella di molti altri (quel che sussurro alla pagina bianca, è come se lo dicessi ad ogni uomo). Per me, infatti, le case avevano un tetto. A volte, dovremmo chiudere il tappo… perché è un passaggio di bocca in bocca. Piuttosto, voglio che tu scriva. Che tu alzi la tua penna, e scriva.
Che tu ti alzi e viva.
Andrea Corsi
