La nicchia - numero 118 - Marina Cvetaeva e Franz Kafka

2026-03-21 22:17

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Rivista letteraria, annalisa-comes,

La nicchia - numero 118 - Marina Cvetaeva e Franz Kafka

Nota di affinità elettive

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(A Te)

«…Ti scrivo lettere sbagliate. Quelle autentiche non sfiorano neanche la carta»

Marina Cvetaeva a Boris Pasternak, 23 maggio 1926

 

 

Esiste una profonda consonanza tematica ed esistenziale fra alcuni romanzi di Franz Kafka e l’opera e la vicenda biografica di Marina Cvetaeva. In entrambi, emerge infatti una riflessione intensa sulla condizione dell’individuo di fronte a poteri impersonali, sul senso di estraneità rispetto alla società, e sulla tensione tra identità personale e ordine del mondo. La condizione di estraneità e isolamento sono temi comuni. Nei romanzi Il processo e Il castello di Franz Kafka, i protagonisti sono figure che cercano di trovare il proprio posto all’interno di sistemi sociali e amministrativi incomprensibili: il tribunale, che processa Josef K. senza rivelargli la colpa, l’amministrazione del castello che rimane sempre distante e irraggiungibile. In modo analogo, l’opera di Cvetaeva è attraversata dal sentimento di non appartenenza. Dopo la Rivoluzione russa del 1917, la poetessa aveva vissuto diciassette anni di esilio fra Berlino, Praga e Parigi, esperienze che avevano segnato profondamente testi poetici e prose autobiografiche (come Il mio Puškin o La casa al vecchio Pimen). In questi scritti l’autrice rappresenta la propria identità come quella di una figura marginale, separata dal contesto storico e culturale in cui vive.

Un secondo elemento di affinità riguarda il rapporto con l’autorità e con il potere, spesso percepito come incomprensibile e assurdo. Nei romanzi di Kafka l’autorità assume la forma di un sistema burocratico labirintico, che non si lascia mai comprendere pienamente. In Cvetaeva, il potere è legato alla dimensione storica e politica: la rivoluzione, la guerra civile, l’emigrazione e la repressione sovietica costituiscono lo sfondo drammatico della sua esistenza; tuttavia, anche nei suoi testi l’autorità appare spesso come una forza opaca e disumanizzante, contro la quale è possibile opporre solo la propria integrità spirituale e artistica.

Un ulteriore punto di convergenza è il tema della colpa e della responsabilità esistenziale. Nel Processo, la colpa di Josef K. non viene mai esplicitata, ma sembra implicita nella stessa condizione umana. Il personaggio vive una progressiva interiorizzazione del processo, che assume quasi un significato metafisico. Anche nella scrittura di Cvetaeva si ritrova spesso una dimensione tragica della responsabilità personale, legata alla tensione tra l’individuo e il proprio destino. Nella sua poesia la coscienza dell’artista è presentata come una forma di fedeltà assoluta alla verità interiore, che comporta inevitabilmente un conflitto con il mondo circostante.

Infine, un legame significativo tra Kafka e Cvetaeva riguarda la concezione della scrittura come esperienza radicale e totalizzante. Per Kafka la letteratura è uno spazio in cui si esprime il dramma dell’esistenza moderna, segnato da alienazione, senso di colpa e ricerca di senso; analogamente, per Cvetaeva la poesia è un atto di verità assoluta, spesso in tensione con la realtà sociale e politica. In entrambi i casi la scrittura diventa il luogo in cui si manifesta la solitudine dell’individuo e la sua irriducibile autonomia spirituale, trasformando l’esperienza biografica in una forma di esplorazione universale della condizione umana.

Un’atmosfera kafkiana si affaccia, in particolare, in due racconti russi del 1934 – Il cinese e soprattutto Assicurazione sulla vita – che raccontano alcuni aspetti della vita degli emigrati russi in Francia, e più in generale lo statuto dell’“estraneità”. La prosa è asciutta, limpida, irrigata da tratti sottilmente umoristici.

 

 

 

1. Processi

 

Ma quanta gente ha a che fare con questo Tribunale?

 

Franz Kafka, Il processo

 

 

Nell’estate del 1937 Marina Cvetaeva trascorre insieme al figlio Georgij (Mur) un lungo e fecondo periodo di vacanza a Lacanau-Océan, nella Gironde, in riva all’oceano (la Costa d’Argento). Il marito, Sergej Efron li raggiunge il 17 agosto – ma partirà prima del 30 ‒, mentre non lontano ci sono anche gli amici Margarita e Irina (Irusja) Lebedeva. Dal 10 luglio al 20 settembre risiede a Villa Coup de Roulis, al n. 35 dell’avenue des Frères-Estrade, dove termina Il racconto di Sonečka, prepara per la stampa i Versi per Sonečka e legge Il processo di Franz Kafka.[1]

Alcuni mesi più tardi, il 4 dicembre scrive all’amico Vadim Andreev (figlio dello scrittore Leonid Nikolaevič Andreev), invitandolo con fervore e insistenza a procurarsi una copia del libro:

 

Se potete – procuratevi Il processo – di Kafka (uno straordinario scrittore ceco morto da poco) – sono io – durante le giornate in questione. Questo è l’ultimo libro che ho letto – prima. L’ho letto all’Oceano – sotto il frastuono, il rumore, il chiacchiericcio delle onde – ma le onde sono passate, il processo è rimasto. Si è realizzato.[2]

 

Proprio in quei mesi, infatti, Cvetaeva aveva vissuto una vicenda di spionaggio in cui era coinvolto suo marito, Sergej Efron.

Il 5 settembre 1937, in Svizzera, a Pully, nei pressi di Losanna, era stato ritrovato il cadavere di Ignatij Rejss (alias Ljudvig Poreckij), e le indagini avevano messo in luce che la vittima era un agente della polizia segreta sovietica inviato in Francia e Olanda, che poi aveva disertato. Verso la fine di quello stesso mese, inoltre (il 22 settembre), il generale Evgenij Miller, presidente della Confederazione degli ex combattenti russi, – un’associazione di membri delle forze armate prerivoluzionarie con sede a Parigi – era stato rapito. Nelle indagini di entrambi i casi era emerso il nome di Sergej Efron, marito di Cvetaeva. Interrogato all’inizio di ottobre e rilasciato, Efron aveva deciso di rientrare velocemente in URSS, partendo il 10 ottobre dal porto di Le Havre su di una nave sovietica.[3]

La polizia arriva a Vanves il 22 ottobre, ma Sergej ormai era partito; la casa viene perquisita, molte lettere e documenti portati via e Cvetaeva è convocata dalla Prefettura per essere interrogata, anche se poi viene rilasciata velocemente, come racconta nella lettera ad Ariadna Berg del 2 novembre:

 

Vedo davanti a me il Vostro volto severo, aperto, coraggioso, e Vi dico: qualunque brutta cosa abbiate sentito o letto su mio marito – non credeteci, come non ci crede nessuno (anche se il più di “destra”) tra coloro che – non soltanto l’hanno conosciuto, ma – l’hanno incontrato. Uno di questi di recente mi ha detto: – Se Sergej Jokovlevič entrasse adesso in casa mia – non solo mi rallegrerei, ma senza il minimo dubbio farei per lui tutto ciò che posso. (Questo in risposta a un articolo anonimo su “Vozroždenie”).

Voi lo sapete bene che io non ho fatto nessuna “azione” (cosa che, tra l’altro, sanno anche alla sureté, dove mi hanno trattenuta con Mur dalla mattina alla sera) – e non soltanto per totale incapacità, ma per profondissima ripugnanza per la politica, che considero tutta – tranne rarissime eccezioni – sporcizia.[4]

 

Durante l’interrogatorio Cvetaeva nega con forza qualsiasi coinvolgimento del marito e conclude recitando Racine e alcune parti del suo poema in francese Il ragazzo. Di Sergej afferma: «È il più leale, il più nobile e il più umano degli uomini. La sua buona fede ha potuto essere abusata. La mia in lui – mai».[5]

Probabilmente Cvetaeva non conosceva realmente come stavano le cose, ma il coinvolgimento di Efron appare del tutto verosimile ed è confermato dai contemporanei.[6] Alla luce della lettura recente, nei mesi estivi, del Processo di Kafka, la vicenda del protagonista, diventa per Cvetaeva la prefigurazione, lo specchio della propria.

Il romanzo di Kafka, – pubblicato postumo da Max Brod nel 1925 e proposto in Francia da Gallimard nella traduzione di Alexandre Vialatte nel 1933 – racconta, infatti, la storia di Josef K., un impiegato di banca che viene improvvisamente arrestato il giorno del suo trentesimo compleanno senza che gli venga mai spiegato di quale crimine sia accusato. Pur libero di continuare la sua vita quotidiana, il protagonista è coinvolto in un processo misterioso e sempre più opprimente, gestito da un tribunale burocratico e incomprensibile, fatto di funzionari, intermediari e procedure oscure. Nel tentativo di difendersi e di capire il funzionamento del sistema, egli si muove in un mondo dominato dall’assurdo e dall’impotenza dell’individuo davanti all’autorità. Alla fine, senza aver mai conosciuto la sua colpa, Josef K. viene condotto fuori città e giustiziato senza aver mai saputo di cosa fosse colpevole, in una conclusione che sottolinea il carattere tragico dell’intera vicenda.

Quello che Marina Cvetaeva confessa il 4 dicembre all’amico Vadim Andreev è: Josef K. c’est moi!

 

 

2. Un castello familiare

 

Nel giugno 1938, Marina Cvetaeva si trasferisce con Mur da Vanves a Parigi, nella stanza 36 dell’Hôtel Innova al n. 15 di Boulevard Pasteur, nel XV arrondissement, in attesa del visto per l’URSS. Sono mesi difficili e di grande isolamento. Da una scheda di una biblioteca municipale o sala di lettura di quartiere situata nella zona di rue Pasteur / boulevard Pasteur, risulta che nel gennaio del 1939 Cvetaeva aveva preso in prestito un altro romanzo di Kafka, Il castello, da poco pubblicato a Parigi presso Gallimard.[7]

Ma il romanzo non si ferma a Parigi, una copia in francese (forse la stessa) arriva sotto gli occhi di Mur un anno dopo, nel maggio del 1940. Nel diario che Georgij redige a partire dal rientro a casa (1939-1943), compaiono infatti due interessanti annotazioni.

Alla data del 28 maggio 1940, Mur scrive: «Ho letto il bellissimo (remarquable) libro di Kafka Il castello (in francese) […]»; mentre tre anni dopo, il 28 gennaio 1943 paragona la propria situazione di vita a quella del Castello, ugualmente sospesa a ordini misteriosi e dettati dall’arbitrio.[8]

Il castello – rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1926 da Max Brod – racconta, com’è noto, la storia dell’agrimensore K., che arriva in un villaggio dominato da un misterioso castello per svolgere un incarico di lavoro. Tuttavia, appena giunto scopre che la sua presenza è ambigua e che l’accesso alle autorità del castello è quasi impossibile. Nel tentativo di ottenere il riconoscimento del suo ruolo e di entrare in contatto con i funzionari, K. si scontra con una burocrazia complicata, fatta di messaggeri, intermediari e regole incomprensibili. Il protagonista cerca continuamente di avvicinarsi al castello e di chiarire la propria situazione, ma ogni tentativo fallisce o genera nuove confusioni. Il romanzo rappresenta l’isolamento dell’individuo e la sua lotta contro un sistema di potere distante, oscuro e irraggiungibile.

 

Marina Cvetaeva e Mur erano arrivati a Mosca, il 19 giugno 1939, spostandosi dopo poco, nel villaggio di Bol’ševo – a un centinaio di chilometri dalla capitale, in una dacia dell’NKVD: la sorella Anastasija era in un lager (riabilitata nel 1959); la figlia, Alja viene arrestata nella notte fra il 27 e il 28 agosto (riabilitata nel 1955), Sergej Efron il 10 ottobre; il 6 luglio del 1941 è condannato a morte. Vivrà 45 giorni più di Marina che si toglie la vita il 31 agosto a Elabuga. Mur parte volontario al fronte il 4 settembre e sarà ucciso in Lettonia nel luglio del 1944.

 

 

3. Affinità

 

Ogni poeta, anche quello che vive in Russia, è in sostanza un emigrato.

Emigrato dal Regno dei cieli e dal paradiso terrestre. Il poeta – tutti gli uomini d’arte,

ma più di tutti il poeta – è sempre segnato da un marchio: il disagio della randagità […]

Marina Cvetaeva, Il poeta e il tempo

 

 

La presenza di Franz Kafka tra le letture di Cvetaeva è particolarmente significativa perché negli anni Trenta lo scrittore ceco era ancora relativamente poco conosciuto in Francia. La sua diffusione avveniva soprattutto attraverso la «Nouvelle Revue Française», e le traduzioni di Alexandre Vialatte.   Cvetaeva conosceva la rivista, come si evince da una lettera ad André Gide del 24 gennaio 1937, nella quale parla al poeta delle sue traduzioni di Puškin e ne ricorda il rifiuto di pubblicazione ad opera del direttore, Jean Paulhan.[9] Niente di più probabile, dunque, che Cvetaeva avesse letto i testi di Kafka stampati in quella rivista a partire dal 1928: il lungo racconto La metamorfosi era stata pubblicato nel marzo del 1928 in più fascicoli (nn° 172 -174; traduzione di Vialatte), altri racconti erano usciti nel 1929 e nel 1933 nelle traduzioni di Vialatte, Félix Bertaux, K. W. Körnet e Jules Supervielle.

La vita intellettuale di Cvetaeva nell’emigrazione era segnata da una posizione marginale rispetto alla diaspora russa. Molti ambienti dell’emigrazione privilegiavano inoltre una letteratura nostalgica o conservatrice, mentre Cvetaeva rimaneva legata a una concezione radicale e modernista della poesia. In questo senso, la lettura di autori come Kafka – ma anche Rilke (con il quale aveva intrattenuto un intenso scambio epistolare nel 1926 insieme a Boris Pasternak), André Gide, Paul Valéry e Proust – si inserisce in un orizzonte culturale più ampio, europeo, che riflette la sua ricerca di una poetica dell’assoluto e dell’esperienza interiore, spesso in tensione con la realtà storica e politica del suo tempo. In questa esperienza, la condizione dell’estraneità e dell’esilio non è solo un tema o una tragica condizione biografica, ma, come sostiene lucidamente Antonio Prete, ha il proprio centro nella lingua, è «il nesso tra esistenza e lingua, è quel che porta la lontananza a farsi parola, la separazione ritmo. Ospitalità del perduto, e dell’irreversibile, nella lingua».[10] 

 

Annalisa Comes

 


 

[1] Cfr. la lettera ad Anna Antonovna Tesková del 27 settembre 1937: Marina Cvetaeva, Deserti luoghi. Lettere 1925-1941. A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano 1989, p. 316 e nota 1 p. 519. Il romanzo di Kafka era stato pubblicato a Parigi presso Gallimard nel 1933, nella traduzione di Alexandre Vialatte. Le prime opere di Kafka in Francia cominciano a essere pubblicate a partire dal 1928 grazie soprattutto all’opera certosina dello scrittore e giornalista Alexandre Vialatte. Cfr. Maïa Hruska, “Kafka e Alexandre Vialatte”, in Dieci versioni di Kafka. Traduzione di Francesco Peri, Mondadori, Milano 2025, pp. 81-96.

[2] Mia la traduzione della lettera che si trova in Marina Tsvetaeva, Vivre dans le feu. Confessions. Présenté par Tzvetan Todorov. Traduit du russe par Nadine Dubourvieux, Laffont, Paris, pp. 391-392. Si veda anche Annalisa Comes, In Francia mi si è gelato il cuore. L’esilio francese di Marina Cvetaeva: 1925-1939, Castelvecchi, Roma 2016, in particolare pp. 62- 63. Sonečka: si tratta dell’amore di giovinezza – e attrice dello Studio teatrale di E. B. Vachtangov – Sof’ja Evgen’evna Gollidej (Holliday): Marina Cvetaeva, Il racconto di Sonečka, a cura di Giovanna Spendel, La Tartaruga edizioni, Milano 1992.

[3] La figlia Alja era partita per l’URSS il 15 marzo di quell’anno. Sull’ “affare” Rejss e il coinvolgimento di Sergej Efron si rivia alla testimonianza della moglie di Reiss, Elisabeth K. Porestky, Les Nôtres: vie et mort d’un agent soviétique. Avant-propos de Léon Trotsky; traduit de l’anglais par Olivier Simon, Denoël, Paris 1969; Véronique Lossky, Marina Tsvétaeva. Un itinéraire poétique, Solin, Parin1987, pp. 276-277, S. Vitale in M. Cvetaeva, Deserti luoghi. Lettere 1925-1941, cit., nota 1, pp. 520-523; Kunzi Daniel, Huber Peter, Paris dans les années 30: Sur Serge Efron et quelques agents du NKVD, in «Cahiers du monde russe et soviétique», vol. 32, n°2, Avril-juin 1991, pp. 285-310. Si leggano le lettere di Cvetaeva “al compagno Berija” (Laurentij Pavlovič Berija, capo del NKVD dal 1938) in Marina Cvetaeva, Alja, piccola ombra. Lettere alla figlia, a cura di Giovanna Spendel, Mondadori, Milano 200, pp. 119-129 e Marina Cvetaeva, Nemico pubblico. Introduzione di Ezio Mauro. Traduzione di Claudia Sugliano, De Piante, Busto Arsizio (Va) 2026.

[4] Marina Cvetaeva, Lettere ad Ariadna Berg 1934-1939. A cura di Luciana Montagnani, Archinto, Milano 1990, p. 53.

[5] In francese nella lettera del 26 ottobre 1937 ad Ariadna Berg: Marina Cvetaeva, Lettere ad Ariadna Berg 1934-1939, cit. p. 52; cfr. Marina Tsvetaeva, Vivre dans le feu. Confessions. Présenté par T. Todorov., cit., pp. 382-392; Maria Razumovsky, Marina Tsvetaieva. Mythe et réalité. Traduit du russe par Alexandra Pletnioff-Boutin, Les Éditions Noir sur Blanc, 1988, pp. 357-366, in particolare p. 364. Marina Cvetaeva viene interrogata nuovamente il 27 novembre. Il ragazzo (Le gars), è il rifacimento e auto-traduzione dal russo del poema Mólodec (Il Prode), per il quale si rinvia a Marina Cvetaeva, Il ragazzo, a cura di Annalisa Comes, Le Lettere, Firenze 2016.

[6] Secondo le testimonianze, Sergej Efron era stato cooptato dai servizi segreti sovietici a partire dal 1934 (o forse dal 1935), percependo un salario di circa 2000 franchi al mese: cfr. V. Lossky, Marina Tsvétaeva. Un itinéraire poétique, cit., nota 42, p. 371.

[7] Cfr. Marina Tsvetaeva, Les Carnets. Publiés sous la direction de Luba Jurgenson. Traduits du russe par Eveline Amoursky et Nadine Dubourvieux. Avant-propos de Luba Jurgenson. Préface de Caroline Bérenger. Postface de Véronique Lossky.  Éditions des Syrtes, Paris 2008, p. 1040 (Marina Cvetaeva, Taccuini 1922-1939. Traduzione di Pina Napolitano, Voland, Roma 2024).

[8] Cfr. Gueorgui Efron, Journal (1939-1943). Traduit du russe par Simone Goblot. Préface, notes et révision de la traduction de Véronique Lossky. Postface de Caroline Bérenger, Éditions des Syrtes, Genève 2014, pp. 71 e 548.

[9] Cfr. A. Comes, In Francia mi si è gelato il cuore, cit., pp. 154-159.

[10] Antonio Prete, Tutti i poeti sono in esilio, 11 settembre 2007: https://rebstein.wordpress.com/2007/09/11/tutti-i-poeti-sono-in-esilio-di-antonio-prete/

Giorgio Anelli

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