Da molti mesi era lì, sotto un altro libro, nel ripiano basso del tavolino di vetro.
Acquistato con un paio di spiccioli al solito mercatino dell’usato in seguito alla solita sequenza. L’occhio è colpito da un particolare (la sobrietà monastica della copertina firmata Neri Pozza Editore), la mano si stende ad aprire il libro e prima che il cervello pensi è di nuovo l’occhio, guidato come un cieco dal caso (che poi non è un caso) ad agire: quella frase, o parola o verso sussurrano al cuore con lingua segreta ed inesprimibile il verbo imperativo: prendimi.
L’indolenza di un pomeriggio stanco e ovattato da un’influenza di fine inverno ha fatto il resto e dal divano ho rivisto il libro. Copertina davvero scabra e respingente, ma in quarta pagina, prima del titolo, Neri Pozza scrive “Abbiamo stampato settecento copie su carta a mano della Cartiera del Varone”. Carta di pregio dunque, carta con una storia.
Una mezza pagina di note perentorie dell’autore introduce ed avverte il lettore iniziando così:
“RIFIUTO, con la presente edizione, quanto di diverso, per numero ed espressione, io abbia pubblicato nella cosa poetica.
DELLA MIA COSA POETICA quello che è qui raccolto è quanto mi sembra arrivato nel tempo a figura e persona.”
Chi dunque sarà mai Manlio Dazzi, questo poeta che nel 1955 mieteva tra i suoi versi salvando soltanto ciò che riteneva degno di essere considerato la SUA cosa poetica? (ma che fierezza, che distinzione in questo aggettivo possessivo!)
La rete rattoppa come può la mia ignoranza. Emiliano per nascita e veneto per adozione, Manlio Torquato Dazzi viveva tra i libri. Scrittore, traduttore e poeta, fece il bibliotecario per tutta la vita.
Combattè al fronte nella prima guerra mondiale e cadde prigioniero degli austriaci sull'Altopiano di Asiago. Nel 1921 venne chiamato a dirigere la Biblioteca Malatestiana di Cesena. Successivamente, e per trent’anni, diresse la Biblioteca Querini di Venezia, considerata, ora come allora, la ‘biblioteca dei veneziani’, gratuita e sempre aperta anche la domenica.
Sotto la direzione di Dazzi la biblioteca Querini divenne voce antifascista forte e chiara: contravvenendo agli ordini ed ai divieti imposti dal regime fascista, egli continuò ad offrire ai lettori riviste e pubblicazioni messe al bando nonchè opere fondamentali di autori stranieri.
Non solo. Pare che mettesse a disposizione, in gran segreto, i magazzini della biblioteca ora per dar rifugio agli ebrei, ora per accogliere antifascisti e partigiani. Per tutto ciò fu costretto a fuggire in Svizzera, fino alla Liberazione.
E’ giunto il momento di accostarsi alla poesia di quest’uomo forte e risoluto, capace di quella disobbedienza necessaria che solo i cuori impavidi e le menti nobili sanno mettere in atto.
INCONTRI
Prendersi, questo enorme nulla,
questo divino soffrirsi cinti
gravati e grevi, penetrati e assolti
l’uno nell’altro, e questo oblio di tutto.
(A destra il sole muore, in nove Stati
La gente fugge dal Missouri in piena).
E le parole ritornate prime,
donna mia, uomo mio, sospiro e riso
d’occhi, e mirarci, ed un colore roseo
di fiori estivi. E questo oblio di tutto.
(a sinistra, nell’alba, è guerra)
Siamo capanna e pace d’oleandri,
cui respiro di piene e di morenti
giungono appena a spegnersi. Non dite
Oriente, occidente, il sole nasce
Sui tetti d’una casa a Tioko, come
Sui tetti d’una casa a Tabatinga,
e in ogni casa è il primitivo gesto
della sosta concorde e della vita.
Senti? Il vento ci porta
Un petalo di fiato, e fu d’un bimbo.
Ma non ti abbiamo noi detto, bambino,
“fatti in là, che io passi” e non capiva,
era un alito appena, e l’hanno spento.
Dove ultimo confine è l’uomo all’uomo,
gli incontri sono uccisione o amore.
Ora, in ginocchio, sul letto, preghiamo:
Pace ai bimbi, agli amanti, all’acqua, all’alba.
E le parole, ritornate prime
Tra i vivi, siano ventura sul mondo
Di canto, di riso d’occhi, d’incontri
Ove d’estremo resti
Solo questo supremo nulla, amore.
AGONIA DELLA SERA
Resta un tremore pallido nel cielo
Fra giorno e sera.
Sul crinale dell’ora
La luna di settembre è dilagata.
I limiti del tempo già soffrono d’eterno.
La luce caglia in umida atmosfera.
Cava, a specchio dell’aria, è la laguna.
Siam persi in una modulata sfera
D’incertezza.
Unico fermo punto è ricordare.
Con il tuo corpo di notturna spuma
Tu emergi.
QUARZO
Gabbiani vibrati sul vento
Punteggiano un’isola viva irreale
Sul cielo dei primi di marzo.
L’acqua di lucido quarzo
Corsa da brividi di onde
Che picchiano a riva.
Lungo murate di navi in riarmo
Martelli elettrici striduli
Sdruciscono l’aria di seta.
Ma una pigrizia leggiera
Colora di rosa le Zattere. E andiamo.
Io e il pensiero di un viso
Imprimaveriti di niente.
La cosa poetica di Dazzi è materia plasmata ma non erosa dal tempo; giunge attuale al lettore di oggi, smarrito ed atterrito da questi tempi bui; nulla di nuovo sotto il sole, ma ora, che siamo al buio, più che mai abbiamo bisogno di poeti che cantano, di versi che urlano: voci fuori dal coro, luci nella notte.
Daniela Bianco
