Occorre dire poco di Francis Thompson, perché tanto dicono le sue poesie. Occorre centellinare una veggenza, poiché i suoi versi anelano all’eterno.
Cos’altro quindi dire di Primo alfabeto stellare?, il libro sulle poesie del poeta maledetto inglese, oggi tra di noi per le edizioni Magog, grazie alla curatela di un giovane giornalista che porta il nome nobile di Giulio Solzi Gaboardi.
Non dovremo dire nulla, se non per accenni, appunto. Poiché questi versi vanno letti, tanto quanto si dovrebbe ammirare la sua vita ferita-feroce-leggenda.
Si tratta di frammenti-folgori, infatti, scritti da chi è stato tradito dalla vita e dalla fede, per resuscitare fuoriuscito-santificato dal mondo.
Leggete qui, ad esempio:
Il veltro del Paradiso
Fuggo da Lui, per le notti e i giorni.
Fuggo da Lui, per le volte degli anni.
Fuggo da Lui, per i labirinti della psiche
e offuscato dalle lacrime
e tra le risate in fuga, da Lui mi nascondo.
Corro, mi appendo alla speranza: precipito
di colpo, sparato,
giù per il buio titanico di paure abissali.
Mi inseguono quei Piedi possenti.
Senza fretta,
imperturbati,
con velocità modulata e maestosa cadenza
battono ‒ e batte una Voce
più rapida dei Piedi ‒
“Tutto tradisce te, che mi tradisciˮ.
Dalle tende rosse di una finestra
imploro con il cuore in mano
come un bandito dietro le sbarre della carità.
Conosco il Suo amore, mi segue:
mi dilania il terrore del nulla
al di fuori di Lui.
La finestra si spalanca e la sbatte
la corrente del suo arrivo.
La paura non fugge ciò che segue l’amore.
Fuggo lungo i confini del mondo
disturbo i cancelli dorati delle stelle
batto in cerca di asilo
consumando le pallide porte lunari
fino al muto cigolio, fino alle parole d’argento.
All’Alba ho detto: “Sii improvvisaˮ.
Alla sera: “Vieni presto e nelle tue gemme celesti
nascondimi da questo tremendo amante.
Stendi il tuo velo su di me, fa’ che non mi vedaˮ.
L’opera appartata di Francis Thompson (1859-1907) ha influenzato i più audaci scrittori inglesi del Novecento. Secondo Chesterton, “Francis Thompson è stato il più grande poeta in lingua inglese dei tempi di Browningˮ. Tolkien ne rimase folgorato, Cormac McCarthy lo teneva tra le letture più care. Piaceva a Giorgio Manganelli che lo definì “Maudit miracolato in extremis ad una rivelazione poetica e religiosaˮ.
Fu una catarsi micidiale quella di Thompson. Figlio di un medico, cattolico, si ottenebrò nel sottosuolo di Londra. Fu calzolaio, oppiomane, poeta senza tetto, un sovversivo dello spirito sedotto morbosamente dalla morte. All’idea del cristianesimo come sequela preferì l’inseguimento ‒ e dunque, la fuga. Fu salvato da una prostituta e da una manciata di mecenati, abitò in un convento francescano, scrisse una biografia di Ignazio di Loyola.
Chi legge Thompson, oggi, non può essere spinto che da un’inquietudine del verbo e del vento, lassù dove tutto è mirabile agli dèi. Chi ausculta i suoi versi non può che render conto di una coscienza salvata alla fiamma ‒ irriducibile dramma di chi tutto attraversa e tutto sconta.
Un grazie a Magog, dunque. Che come tutte le piccole case editrici, insinua tra di noi versi altrimenti consacrati all’oblio. Un grazie alla poesia, anche, che fin dalla notte dei tempi, come il fuoco, scintilla nei nostri occhi adulterati all’amore.
Giorgio Anelli
