La nicchia - numero 120 - Primo alfabeto stellare è tra noi

2026-05-02 19:05

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Rivista letteraria,

La nicchia - numero 120 - Primo alfabeto stellare è tra noi

Occorre centellinare una veggenza, poiché i versi di Thompson anelano all’eterno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Occorre dire poco di Francis Thompson, perché tanto dicono le sue poesie. Occorre centellinare una veggenza, poiché i suoi versi anelano all’eterno.

Cos’altro quindi dire di Primo alfabeto stellare?, il libro sulle poesie del poeta maledetto inglese, oggi tra di noi per le edizioni Magog, grazie alla curatela di un giovane giornalista che porta il nome nobile di Giulio Solzi Gaboardi.

 

Non dovremo dire nulla, se non per accenni, appunto. Poiché questi versi vanno letti, tanto quanto si dovrebbe ammirare la sua vita ferita-feroce-leggenda.

Si tratta di frammenti-folgori, infatti, scritti da chi è stato tradito dalla vita e dalla fede, per resuscitare fuoriuscito-santificato dal mondo.

Leggete qui, ad esempio:

 

 

Il veltro del Paradiso

 

Fuggo da Lui, per le notti e i giorni.

Fuggo da Lui, per le volte degli anni.

Fuggo da Lui, per i labirinti della psiche

e offuscato dalle lacrime

e tra le risate in fuga, da Lui mi nascondo.

Corro, mi appendo alla speranza: precipito

di colpo, sparato,

giù per il buio titanico di paure abissali.

Mi inseguono quei Piedi possenti.

Senza fretta,

imperturbati,

con velocità modulata e maestosa cadenza

battono ‒ e batte una Voce

più rapida dei Piedi ‒

“Tutto tradisce te, che mi tradisciˮ.

 

Dalle tende rosse di una finestra

imploro con il cuore in mano

come un bandito dietro le sbarre della carità.

Conosco il Suo amore, mi segue:

mi dilania il terrore del nulla

al di fuori di Lui.

La finestra si spalanca e la sbatte

la corrente del suo arrivo.

La paura non fugge ciò che segue l’amore.

Fuggo lungo i confini del mondo

disturbo i cancelli dorati delle stelle

batto in cerca di asilo

consumando le pallide porte lunari

fino al muto cigolio, fino alle parole d’argento.

All’Alba ho detto: “Sii improvvisaˮ.

Alla sera: “Vieni presto e nelle tue gemme celesti

nascondimi da questo tremendo amante.

Stendi il tuo velo su di me, fa’ che non mi vedaˮ.

 

 

L’opera appartata di Francis Thompson (1859-1907) ha influenzato i più audaci scrittori inglesi del Novecento. Secondo Chesterton, “Francis Thompson è stato il più grande poeta in lingua inglese dei tempi di Browningˮ. Tolkien ne rimase folgorato, Cormac McCarthy lo teneva tra le letture più care. Piaceva a Giorgio Manganelli che lo definì “Maudit miracolato in extremis ad una rivelazione poetica e religiosaˮ.

 

Fu una catarsi micidiale quella di Thompson. Figlio di un medico, cattolico, si ottenebrò nel sottosuolo di Londra. Fu calzolaio, oppiomane, poeta senza tetto, un sovversivo dello spirito sedotto morbosamente dalla morte. All’idea del cristianesimo come sequela preferì l’inseguimento ‒ e dunque, la fuga. Fu salvato da una prostituta e da una manciata di mecenati, abitò in un convento francescano, scrisse una biografia di Ignazio di Loyola.

 

Chi legge Thompson, oggi, non può essere spinto che da un’inquietudine del verbo e del vento, lassù dove tutto è mirabile agli dèi. Chi ausculta i suoi versi non può che render conto di una coscienza salvata alla fiamma ‒ irriducibile dramma di chi tutto attraversa e tutto sconta.

 

Un grazie a Magog, dunque. Che come tutte le piccole case editrici, insinua tra di noi versi altrimenti consacrati all’oblio. Un grazie alla poesia, anche, che fin dalla notte dei tempi, come il fuoco, scintilla nei nostri occhi adulterati all’amore.

 

Giorgio Anelli

Giorgio Anelli

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