Mi rinchiudono nella Prosa –
come quando, da bambina,
mi chiudevano nello stanzino –
perché mi volevano "tranquilla" –
Tranquilla! Se soltanto avessero spiato –
e visto il mio cervello – girare –
tanto varrebbe rinchiudere
un uccello – per tradimento – in un recinto –
Gli basta volerlo –
e, lieve come una stella,
guarda dall'alto la prigionia –
e ride – Così faccio io –
They shut me up in Prose -
As when a little Girl
They put me in the Closet -
Because they liked me "still" -
Still! Could themself have peeped -
And seen my Brain - go round -
They might as wise have lodged a Bird
For Treason - in the Pound -
Himself has but to will
And easy as a Star
Look down upon Captivity -
And laugh - No more have I -
F445 - J613 (1862)
Questa poesia è una delle dichiarazioni di poetica più limpide e combattive di Emily Dickinson. Dietro la semplicità del linguaggio si cela una riflessione profonda sulla libertà creativa, sull'identità e sull'impossibilità di imprigionare lo spirito.
La "Prosa" del titolo non è semplicemente una forma letteraria contrapposta alla poesia. Diventa il simbolo di tutto ciò che è convenzione, ordine imposto, linguaggio disciplinato, conformismo. Essere "rinchiusa nella Prosa" significa essere costretta entro un sistema di regole che pretende di soffocare l'immaginazione e la singolarità. Dickinson trasforma così una categoria estetica in una metafora esistenziale.
Il ricordo dell'infanzia conferisce alla poesia una forza particolare. La bambina chiusa nello stanzino perché stia "tranquilla" rappresenta ogni tentativo dell'autorità – familiare, sociale o culturale – di ottenere obbedienza attraverso la segregazione. Ma quel "Tranquilla!" esplode nel verso successivo come un'esclamazione ironica. Esteriormente il corpo può essere immobile, ma la mente continua a muoversi. L'immagine del cervello che "gira" suggerisce un'attività incessante, una fantasia che nessun confinamento riesce ad arrestare.
Il cuore della poesia è il paragone con l'uccello. Dickinson osserva che rinchiudere una mente creativa è assurdo quanto incarcerare un uccello "per tradimento". L'accusa è volutamente paradossale: un uccello non conosce leggi umane, non può tradire alcun potere costituito. La sua sola natura è il volo. Allo stesso modo, l'immaginazione non può essere giudicata secondo i criteri dell'obbedienza sociale. L'atto creativo sfugge a ogni tentativo di controllo.
Nella strofa finale l'uccello ritrova la propria libertà con un semplice atto di volontà. "Gli basta volerlo": il volo appartiene alla sua essenza, non dipende dalle sbarre che lo circondano. L'immagine della stella amplia improvvisamente lo spazio della poesia: dal buio di uno stanzino o di un recinto si passa all'immensità del cielo. Da quell'altezza la prigionia appare piccola, quasi ridicola. Il riso conclusivo non è un gesto di scherno, ma l'espressione della superiorità della libertà interiore rispetto a qualsiasi costrizione esterna.
La forza di questa poesia risiede proprio in questa certezza: si possono confinare un corpo, imporre il silenzio, tentare di disciplinare una persona, ma non si può imprigionare una mente capace di immaginare. Dickinson afferma così una libertà radicale che nasce dall'interno e che nessun potere può confiscare. In questo senso, They shut me up in Prose non è soltanto una protesta contro le limitazioni imposte alle donne del suo tempo, ma una dichiarazione universale sulla natura della creatività: essa è, come il volo dell'uccello o la luce di una stella, una forza che sfugge per sua stessa essenza a ogni forma di prigionia.
Valentina Meloni
