Torino, Via Pesaro 26. Un edificio di due piani solido ma sobrio di inizio ‘900. Qualche accenno liberty alle ringhiere dei balconi. Dal muretto alto si intravede – o forse è meglio dire si immagina – un giardino nascosto agli sguardi. Siamo ad un passo dalla Dora, quartiere Valdocco.
Lì batte il cuore della Torino dei Santi degli ultimi, lì freme il ventre della città viva dove si incontrano le culture, dove sei libero di essere strano tra strani e le voci si mescolano ai colori e agli odori e alle voci del mercato all’aperto più grande d’Europa.
Lì visse gli anni dell’adolescenza e della giovinezza Maria Luisa Spaziani, poetessa tanto importante quanto dimenticata, non soltanto dalla comunità letteraria ma dalla città che le diede i natali. Neppure una targa sul muro, ma si sa, Torino con i suoi cittadini famosi in letteratura è scostante ed ingrata: se proprio va bene intesta una scuola, una biblioteca civica. E poi, il nulla.
Eppure la Spaziani ‒ che nella sua costellazione geografica ha Milano, dove insegnò per alcuni anni e lavorò per alcune testate giornalistiche, Parigi, dove vinse una borsa di studio, e poi Roma, dove visse e lavorò, la Sicilia dove ottenne la cattedra di letteratura francese e tedesca ‒ sa cantare con tutta la potenza che contraddistingue la sua poesia, la città-radice: Torino
Come potremmo vivere pensando
Tanta parte di noi da tempo morta,
sapendo imputridite le radici
che ci diedero il sole, e ormai cadute
nel tempo quelle mani che sorressero
i primi passi e diedero agli sguardi
la direzione, il senso, il gusto…? Come
potremmo noi mai vivere sapendo
che il nostro amore, la sorte del fiore
volto in lentezza e grazia a farsi frutto
è affidato a una mano che è straniera,
senza speranza estranea, da sola
votata al tradimento se un più netto
abbandono la morte non le impone?
Dunque impariamo presto la saggezza
E chiamiamo ogni cosa col suo nome:
tutto nasce da noi, con noi finisce
e in noi soli si svolge quel teatro
di marionette o coturni. Io so
che una mia vena ancora viva affonda
nel reticolo buio delle strade
che il vecchio cuore di Torino alleva
tra portali barocchi. So che fibre
si abbeverano a amori ormai scordati,
fondano cittadelle sopra storie
di uomini ancor vivi che incontrati
posso non riconoscere, ma sono
ostensori di chiese consacrate
anche se il tempo col suo dente saldo
ne ha minato le mura, e la ginestra
scardinato le porte e le vetrate[1]
Ma io voglio tornare a quel giardino di via Pesaro 26, che avrebbe molto da raccontare: dall’amore giovanile della Spaziani per Elémire Zolla, che abitava a pochi passi da lì, alla “amicizia amorosa” come lei stessa la definiva, con Eugenio Montale, l’Orso e la Volpe per sempre.
Ebbene in quel giardino vi era un ciliegio, che Spaziani aveva… battezzato con il nome di Montale
Hai dato il mio nome a un albero? Non è poco;
pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco,
di un abbandono nel suburbio. Io il tuo
l’ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo
gioco della mia sorte, alla fiducia
sovrumana con cui parlasti al rospo
uscito dalla fogna, senza orrore o pietà
o tripudio, al respiro di quel forte
e morbido tuo labbro che riesce,
nominando, a creare; rospo fiore erba scoglio –
quercia pronta a spiegarsi su di noi
quando la pioggia spollina i carnosi
petali del trifoglio e il fuoco cresce.
*-*-*
Se t’hanno assomigliato…
Se t’hanno assomigliato
Alla volpe sarà per la falcata
Prodigiosa, per volo del tuo passo
Che unisce e divide, che sconvolge
E rinfranca il selciato (il tuo terrazzo,
le strade presso il Cottolengo, il prato,
l’albero che ha il mio nome ne vibravano
felici, umidi e vinti) – o forse solo
per l’onda luminosa che diffondi
dalle mandorle tenere degli occhi,
per l’astuzia dei tuoi pronti stupori,
per lo strazio
di piume lacerate che può dare
la tua mano d’infante in una stretta:
se t’hanno assomigliato
a un carnivoro biondo, al genio perfido
delle fratte (e perché non all’immondo
pesce che dà la scossa, alla torpedine?)
è forse perché i ciechi non ti videro
sulle scapole gracili le ali,
perché i ciechi non videro il presagio
della tua fronte incandescente, il solco
che vi ho graffiato a sangue, croce cresima
incantesimo jattura voto vale
perdizione e salvezza; se non seppero
crederti più che donnola o che donna,
con chi dividerò la mia scoperta,
dove seppellirò l’oro che porto,
dove la brace che in me stride se,
lasciandomi, ti volgi dalle scale?[2]
Chiude la Volpe: di questo viaggio come di queste poche parole, restano i versi.
Ciò che gli altri raccolgono è negato
A noi, esperti di un altro linguaggio.
Se altri per noi semina, noi siamo
Eternamente in viaggio.
Che senso ha approdare se approdiamo
Sempre a porti diversi?
Restano i versi, fuochi fatui in fuga
Sulla città dei morti.
Daniela Bianco
[1] Le due poesie di Maria Luisa Spaziani sono tratte da L’occhio del ciclone, Arnoldo Mondadori Editore
[2] Le due poesie di Eugenio Montale sono tratte dalla raccolta La Bufera
