La nicchia - numero 124 - Intorno ad un ciliegio. Maria Luisa Spaziani ed Eugenio Montale

2026-07-12 21:14

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Rivista letteraria, daniela-bianco,

La nicchia - numero 124 - Intorno ad un ciliegio. Maria Luisa Spaziani ed Eugenio Montale

Torino con i suoi cittadini famosi in letteratura è scostante ed ingrata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torino, Via Pesaro 26. Un edificio di due piani solido ma sobrio di inizio ‘900. Qualche accenno liberty alle ringhiere dei balconi. Dal muretto alto si intravede – o forse è meglio dire si immagina – un giardino nascosto agli sguardi. Siamo ad un passo dalla Dora, quartiere Valdocco.

 

Lì batte il cuore della Torino dei Santi degli ultimi, lì freme il ventre della città viva dove si incontrano le culture, dove sei libero di essere strano tra strani e le voci si mescolano ai colori e agli odori e alle voci del mercato all’aperto più grande d’Europa.

 

Lì visse gli anni dell’adolescenza e della giovinezza Maria Luisa Spaziani, poetessa tanto importante quanto dimenticata, non soltanto dalla comunità letteraria ma dalla città che le diede i natali. Neppure una targa sul muro, ma si sa, Torino con i suoi cittadini famosi in letteratura è scostante ed ingrata: se proprio va bene intesta una scuola, una biblioteca civica. E poi, il nulla.

 

Eppure la Spaziani che nella sua costellazione geografica ha Milano, dove insegnò per alcuni anni e lavorò per alcune testate giornalistiche, Parigi, dove vinse una borsa di studio, e poi Roma, dove visse e lavorò, la Sicilia dove ottenne la cattedra di letteratura francese e tedesca sa cantare con tutta la potenza che contraddistingue la sua poesia, la città-radice: Torino

 

Come potremmo vivere pensando

Tanta parte di noi da tempo morta,

sapendo imputridite le radici

che ci diedero il sole, e ormai cadute

nel tempo quelle mani che sorressero

i primi passi e diedero agli sguardi

la direzione, il senso, il gusto…? Come

potremmo noi mai vivere sapendo

che il nostro amore, la sorte del fiore

volto in lentezza e grazia a farsi frutto

è affidato a una mano che è straniera,

senza speranza estranea, da sola

votata al tradimento se un più netto

abbandono la morte non le impone?

Dunque impariamo presto la saggezza

E chiamiamo ogni cosa col suo nome:

tutto nasce da noi, con noi finisce

e in noi soli si svolge quel teatro

di marionette o coturni. Io so

che una mia vena ancora viva affonda

nel reticolo buio delle strade

che il vecchio cuore di Torino alleva

tra portali barocchi. So che fibre

si abbeverano a amori ormai scordati,

fondano cittadelle sopra storie

di uomini ancor vivi che incontrati

posso non riconoscere, ma sono

ostensori di chiese consacrate

anche se il tempo col suo dente saldo

ne ha minato le mura, e la ginestra

scardinato le porte e le vetrate[1]

 

Ma io voglio tornare a quel giardino di via Pesaro 26, che avrebbe molto da raccontare: dall’amore giovanile della Spaziani per Elémire Zolla, che abitava a pochi passi da lì, alla “amicizia amorosa” come lei stessa la definiva, con Eugenio Montale, l’Orso e la Volpe per sempre.

Ebbene in quel giardino vi era un ciliegio, che Spaziani aveva… battezzato con il nome di Montale

 

Hai dato il mio nome a un albero? Non è poco;

pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco,

di un abbandono nel suburbio. Io il tuo

l’ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo

gioco della mia sorte, alla fiducia

sovrumana con cui parlasti al rospo

uscito dalla fogna, senza orrore o pietà

o tripudio, al respiro di quel forte

e morbido tuo labbro che riesce,

nominando, a creare; rospo fiore erba scoglio –

quercia pronta a spiegarsi su di noi

quando la pioggia spollina i carnosi

petali del trifoglio e il fuoco cresce.

 

*-*-*

 

Se t’hanno assomigliato…

Se t’hanno assomigliato

Alla volpe sarà per la falcata

Prodigiosa, per volo del tuo passo

Che unisce e divide, che sconvolge

E rinfranca il selciato (il tuo terrazzo,

le strade presso il Cottolengo, il prato,

l’albero che ha il mio nome ne vibravano

felici, umidi e vinti) – o forse solo

per l’onda luminosa che diffondi

dalle mandorle tenere degli occhi,

per l’astuzia dei tuoi pronti stupori,

per lo strazio

di piume lacerate che può dare

la tua mano d’infante in una stretta:

se t’hanno assomigliato

a un carnivoro biondo, al genio perfido

delle fratte (e perché non all’immondo

pesce che dà la scossa, alla torpedine?)

è forse perché i ciechi non ti videro

sulle scapole gracili le ali,

perché i ciechi non videro il presagio

della tua fronte incandescente, il solco

che vi ho graffiato a sangue, croce cresima

incantesimo jattura voto vale

perdizione e salvezza; se non seppero

crederti più che donnola o che donna,

con chi dividerò la mia scoperta,

dove seppellirò l’oro che porto,

dove la brace che in me stride se,

lasciandomi, ti volgi dalle scale?[2]

 

Chiude la Volpe: di questo viaggio come di queste poche parole, restano i versi.

 

Ciò che gli altri raccolgono è negato

A noi, esperti di un altro linguaggio.

Se altri per noi semina, noi siamo

Eternamente in viaggio.

Che senso ha approdare se approdiamo

Sempre a porti diversi?

Restano i versi, fuochi fatui in fuga

Sulla città dei morti.

 

Daniela Bianco


 

[1] Le due poesie di Maria Luisa Spaziani sono tratte da  L’occhio del ciclone, Arnoldo Mondadori Editore

 

[2] Le due poesie di Eugenio Montale sono tratte dalla raccolta La Bufera

Giorgio Anelli

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