La nicchia - numero 125 - Valentina Meloni traduttrice di Emily Dickinson

2026-07-19 16:06

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Rivista letteraria, valentina-meloni,

La nicchia - numero 125 - Valentina Meloni traduttrice di Emily Dickinson

Non il morire ci fa così male –è il vivere – che ci ferisce di più –ma il morire – è un'altra via –qualcosa dietro la porta –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non il morire ci fa così male –

è il vivere – che ci ferisce di più –

ma il morire – è un'altra via –

qualcosa dietro la porta –

 

L'usanza del Sud – dell'Uccello –

che prima ancora del gelo –

accetta una latitudine migliore –

noi – siamo gli uccelli – che restano.

 

Quelli che tremano davanti alle porte del contadino –

per la cui riluttante briciola –

patteggiamo – finché le nevi pietose

non persuadono le nostre piume a tornare a Casa.

 

 

 

'Tis not that Dying hurts us so - 

'Tis Living - hurts us more - 

But Dying - is a different way - 

A kind behind the Door -  

 

The Southern Custom - of the Bird - 

That ere the Frosts are due - 

Accepts a better Latitude - 

We - are the Birds - that stay.  

 

The Shiverers round Farmer's doors - 

For whose reluctant Crumb - 

We stipulate - till pitying Snows 

Persuade our Feathers Home.

 

F528 - J335 (1863-1862) 

 

 

 

Questa poesia appartiene alle liriche in cui Emily Dickinson affronta la morte con maggiore lucidità, ma anche con una sorprendente assenza di enfasi tragica. Non è una poesia sulla morte in sé: è, prima di tutto, una poesia sulla fatica del vivere.

 

L'incipit ribalta immediatamente l'aspettativa del lettore:

 

Non il morire ci fa così male –

è il vivere – che ci ferisce di più –

 

Dickinson non nega che la morte possa spaventare; afferma però che il vero peso dell'esistenza è la vita stessa, con le sue prove, le sue perdite, il suo continuo esporsi al dolore. Il verbo hurts ("ferisce", "fa male") suggerisce una sofferenza che accompagna l'esperienza quotidiana, mentre la morte viene quasi sottratta a questa dimensione. Non è il culmine del dolore, ma il suo superamento.

 

Il verso successivo introduce una delle immagini più misteriose della poesia:

 

ma il morire – è un'altra via –

qualcosa dietro la porta –

 

La porta è un simbolo ricorrente nella poesia occidentale: rappresenta la soglia tra ciò che conosciamo e ciò che ci rimane invisibile. Dickinson evita accuratamente qualsiasi definizione religiosa o metafisica. Non parla di paradiso, di immortalità, di giudizio. Dice soltanto che oltre quella porta vi è "qualcosa". È un termine volutamente indeterminato, che custodisce il mistero senza pretendere di risolverlo. La poetessa non descrive ciò che segue la morte; riconosce semplicemente che appartiene a un ordine diverso dell'essere.

 

Nella seconda strofa la riflessione si affida a una metafora naturale:

 

L'usanza del Sud – dell'uccello –

che prima ancora del gelo –

accetta una latitudine migliore –

 

Gli uccelli migratori sanno riconoscere l'arrivo dell'inverno e, seguendo un istinto antico, si dirigono verso regioni più miti. Dickinson definisce questo comportamento una custom, un'"usanza", quasi fosse una tradizione tramandata dalla natura stessa. Colpisce l'espressione accepts a better Latitude: non "fugge", non "si salva", ma "accetta una latitudine migliore". La morte viene così assimilata a un naturale cambiamento di dimora, non a una sconfitta.

 

Il contrasto arriva subito dopo:

 

noi – siamo gli uccelli – che restano.

 

È uno dei versi più intensi dell'intera poesia. Gli esseri umani sono coloro che rimangono esposti al freddo dell'esistenza. A differenza degli uccelli migratori, non possiedono quell'istinto che permette di riconoscere il momento del distacco. Restano, resistono, affrontano il gelo della vita.

 

L'ultima strofa sviluppa questa immagine con straordinaria concretezza:

 

Quelli che tremano davanti alle porte del contadino –

per la cui riluttante briciola –

patteggiamo...

 

L'uomo è paragonato agli uccelli d'inverno che cercano cibo davanti alle case, aspettando qualche briciola concessa con riluttanza. È un'immagine umile, quasi dimessa, lontana da qualsiasi eroismo. Vivere significa spesso dipendere da piccoli doni, da speranze fragili, da ciò che il mondo concede con parsimonia.

 

Il finale introduce una delle personificazioni più delicate di Dickinson:

 

finché le nevi pietose

non persuadono le nostre piume a tornare a Casa.

 

La neve, simbolo del freddo e della fine della stagione vitale, diventa paradossalmente "pietosa". Non è la morte a strappare violentemente la vita: è la natura stessa che, con dolcezza, convince gli uccelli stanchi a fare ritorno a casa. Quel "persuadere" sostituisce qualsiasi idea di violenza o punizione. Anche la parola "Casa" assume un valore profondamente simbolico: non indica semplicemente un luogo fisico, ma il ritorno a una dimora originaria, a una quiete definitiva che la poesia lascia intenzionalmente indefinita.

 

In questa lirica Dickinson evita ogni certezza dottrinale. La morte non viene descritta come premio né come condanna; è semplicemente una soglia, "qualcosa dietro la porta". Ciò che realmente interessa alla poetessa è l'esperienza umana del vivere: l'attesa, la precarietà, la resistenza quotidiana. La metafora degli uccelli mostra come l'esistenza sia una lunga permanenza nel gelo, mentre la morte appare come una migrazione naturale verso una "latitudine migliore".

 

È proprio questa sospensione tra dolore e serenità a rendere la poesia così moderna. Dickinson non consola il lettore con promesse, ma gli offre un'immagine profondamente umana: quella di creature fragili che continuano a vivere, a cercare una briciola di calore, finché un giorno la natura stessa le invita, senza violenza, a varcare quella porta dietro la quale rimane, semplicemente, "qualcosa".

 

Commento e traduzione di Valentina Meloni 

 

 

 

Giorgio Anelli

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