La nicchia - numero 129 - Sotto il cielo degli oroscopi: la poesia dell’incanto e della finitudine di Guarra

2026-09-28 17:52

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La nicchia - numero 129 - Sotto il cielo degli oroscopi: la poesia dell’incanto e della finitudine di Guarracino

“L’anima che sconta ogni mattina / L’attesa del suo sole, del sorriso / Ignora quale sia il suo paradiso / A che dio votare le sue catene”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Oroscopi ed altri versi (La Valle del Tempo 2024, Premio Florida), Vincenzo Guarracino condensa il suo lungo percorso di critica letteraria, traduzione e frequentazione assidua della letteratura classica. L’impronta poetica di questa raccolta rispecchia una postura letteraria che si nutre pienamente della tradizione, attingendo al repertorio metrico dell’endecasillabo e del settenario e a quello formale delle ballate, dei mottetti, delle ariette. Una ispirazione che si intinge nelle radici di un passato che sa riconnettere il lettore a un mondo verbale ritmico e musicale, laddove la sonorità costituisce la misura consolidata di una storia collettiva che omaggia i padri della poesia alla luce della sensibilità contemporanea.

 

Già il titolo è un invito ad addentrarsi in una dimensione antica, in comunicazione con un orizzonte ancestrale che ha a che fare con la necessità di interrogare le stelle e di cogliere l’essenza di uno stare al mondo di per sé impenetrabile. L’oroscopo incarna la visione di un io poetico che, di fronte al grande ignoto, cerca nella distanza siderale con l’universo un segno che possa farsi luogo – seppur minimo – di chiarezza. Questo atto di decifrazione permea la raccolta oscillando tra indagine lucida ed evasione onirica, tra speranza di una ricerca disvelatrice e una disillusione che continua a stare dentro le maglie oscure della realtà. Le stelle, nel loro immobilismo apparente e silenzioso, restituiscono l’uomo alla propria condizione di viandante in bilico tra la sete conoscitiva e l’impossibilità di una formula onnicomprensiva.

 

Quella di Vincenzo Guarracino è una parola sapienziale che fruga tra le pieghe dell’universo, appellandosi a una ricerca, a un “rito dell’inchiesta del suo altrove” che resta tuttavia inafferrabile su una pagina bianca imbevuta di veglia e sogno, preghiera e auspicio, memoria e mito. E a proposito di mito e memoria, la poesia “Cilento a frammenti”, precedentemente pubblicata in una versione diversa nella raccolta L’angelo e il tempo e altri poemetti (Book editore 2022), può essere letta come una vera e propria geografia del ricordo, nella quale il paesaggio natale dialoga con la tradizione della filosofia eleatica e, in particolare, con Parmenide. Il Cilento (Guarracino è nato a Ceraso, in provincia di Salerno) viene immediatamente collocato in una dimensione cosmologica e filosofica: “Qui dove fu pensata la bellezza / e lo sfero brillò di ignota consistenza / elargisce il carrubo la sua ombra / alle pietre che il sole rimodella / nell’arco della Porta che separa / le parole del giorno dalla notte”. Carrubi, pietre, mare, ulivi, vento e luce, ma anche le tracce umane (“pire di miasmi”, plastica, benzene): tutto è funzionale a una riflessione sull’Essere che accompagna l’io poetico nel tentativo di ricomporre attraverso la parola una storia di lunga data frammentata e destinata alla dispersione. I “frammenti” sono ciò che rimane quando il tempo ha incrinato l’unità primordiale delle cose. La poesia è quel filo che ricuce, raccoglie, trasforma memorie.

 

Lungi dall’essere una poesia confessionale, l’aspirazione al dialogo negli echi leopardiani alla luna o nello sguardo rivolto alle stelle sa farsi dimensione trascesa e comune alle creature, in un destino che affratella e avvicina nonostante la diversità di ogni forma vivente. L’io poetico nel raccontare sé stesso – attraverso le dediche, i tremori, gli incanti – è un osservatore che partecipa attivamente al miracolo dell’esserci, condividendo con la natura la morsa del tempo e l’abbaglio dell’infinito, impressi sulla finitudine della materia. In questa prospettiva, la parola accoglie gli echi di un dialogo immaginario tanto con Leopardi quanto con Lucrezio: con entrambi condivide la vertigine del tempo e l’indecifrabilità della natura, pur assumendo esiti profondamente diversi.

 

L’esperienza dell’infinito è insieme intuizione e ferita, è custodia del segreto vitale e riconoscimento doloroso di una precarietà che fa soccombere tutte le cose: “Le parole dei versi sono fili / cuciono ricuciono ferite / Ricamano miraggi sopra i veli / di ciò che t’assorbe anche la vita”. E, tuttavia, proprio questa consapevolezza non annulla l’incanto: lo rende più radicale, quasi salvifico. Lo stupore, dimensione che ricorre anche nella precedente raccolta Fiori e altri incanti. Le stagioni di Leucò (Di Felice 2023) con l’apparente semplicità dell’immagine della caducità dei fiori, non può cancellare il limite, ma sa trasformarlo in una esperienza condivisa in cui la fragilità diventa una condizione universale. “L’angoscia dell’altrove” sembra disfarsi “nell’incanto dei colori”: l’esperienza della finitudine, invece di risolversi nella pura negatività, trova nel canto della bellezza una possibilità di trasfigurazione. Il colore, la luce, la natura diventano forme transitorie di resistenza alla nullificazione, perché permettono all’uomo di aderire – anche se per un istante – alla trama dell’esistente.

 

In questo senso, l’incanto coincide con l’espressione di una più intensa partecipazione che fa da contraltare a una inquietudine che viaggia in bilico, sul crinale di una tensione irrisolta tra il desiderio di affidarsi alla presenza delle cose e la disillusione di ogni certezza: “A volte la scrittura è senza pace /  insegue, insegue e scava le parole / come gli attimi del naufrago le ore / s’allagano nel solco che s’annera”.

 

La contemplazione della bellezza corre parallela alla riflessione sul significato dell’esistenza, chiamando in causa l’appello a una parola che sonda quasi il metafisico, vale a dire ciò che è – o che potrebbe essere – al di là dal confine. Consultare gli oroscopi non vuol dire conquistare la consapevolezza di un oltre, ma provare a percepire un altrove per sottrarsi a una dissoluzione materialistica che non lascia margine di sopravvivenza animistica dopo la morte. Vuol dire sfiorare quella direzione mortifera che “conduce incontro al guado” ogni creatura terrestre.

Anche il titolo plurale, Oroscopi, suggerisce una pluralità di possibili letture della realtà. Non esiste un'unica interpretazione del destino, ma una molteplicità di orizzonti, linee, configurazioni che nel loro conformarsi in infiniti combinazioni traducono cripticamente la complessità dell’esistente: “L’anima che sconta ogni mattina / L’attesa del suo sole, del sorriso / Ignora quale sia il suo paradiso / A che dio votare le sue catene”.

 

In conclusione, Oroscopi ed altri versi è una raccolta densa di tessuto classico e filosofico, che sa far convergere slancio lirico e tempra riflessiva. Vincenzo Guarracino costruisce una casa poetica che, lungi dall’essere prigioniera della tradizione, ne rielabora l’eredità attraversando i grandi temi del senso umano. Il cielo degli oroscopi non offre risposte rassicuranti o chiarificatrici, ma rappresenta il grande enigma davanti al quale l’uomo continua a esercitare la facoltà del dubbio e l’esplorazione di altri territori di pensiero: “Un cielo è la stanza di attese e di nulla” e ancora “là dove ai bordi dell’acqua tra l’uno e l’altro lago il cielo ha ore di azzurro umano smarrimento”. L’oroscopo, dunque, potrebbe rappresentare l’immagine della poesia stessa: un tentativo di entrare nel mistero dell’esistenza cogliendo corrispondenze con un ordine inintelligibile, eppure percettibile nella sua verità spirituale.

 

Valeria Di Felice

 

Giorgio Anelli

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